Il ruolo dell’allenatore di calcio giovanile

di Tommaso Coppoletta
Oggi vi propongo un articolo interessante scritto dal mio tirocinante in Scienze motorie, ci descrive con molta precisione il ruolo dell'istruttore con particolare riferimento al calcio, sport che insegna da parecchi anni.
Tommaso Coppoletta laureato in Scienze Motorie presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e Laureando nel corso Magistrale Scienza, tecnica e didattica dello sport presso l’Università Statale di Milano, Istruttore di Calcio giovanile.
Buona lettura...
Molte volte sentiamo lo slogan “Lo Sport fa bene” . Se andiamo a vedere tutti i benefici che lo sport ci dà possiamo dire che lo slogan dice una cosa esatta. Io però lo modificherei in “Lo Sport fa bene se viene fatto e insegnato bene”. Nello sport, soprattutto nel gioco del Calcio, sentiamo parlare di condotta antisportiva da parte di un giocatore, la cosa ci sorprende e ci fa inalberare, tant’è che in alcuni casi ci fa odiare il calcio e credere che sia un gioco diseducativo; purtroppo questo atteggiamento si verifica anche nei giovani e piccoli calciatori.
Le domande che tutti ci facciamo sono: ma che comportamento è questo? Sono questi i valori dello sport? E cosi via. In tale argomento c’è da andare più in fondo e la domanda che sorge è: ma chi ti ha insegnato a giocare a calcio?

I concetti di seguito sono tratti dalle pubblicazioni degli autori citati in bibliografia e ordinati per formare un percorso concettuale atto a parlare del ruolo dell’allenatore di calcio giovanile e come potrebbe essere la sua azione pedagogica.

L’educazione nel gioco del calcio

[1] L’educazione può essere vista sotto due aspetti:

1. Educare il movimento calcistico: Il giocatore rappresenta uno strumento (mezzo) attraverso il quale l’allenatore cerca di raggiungere la massima prestazione che spesso e volentieri in Italia corrisponde con la vittoria.
2. Educare attraverso il movimento: Utilizzare il calcio come mezzo per educare la persona al rispetto delle regole (fairplay). Il fine è la crescita del giocatore.

Al giorno d’oggi la maggior parte degli allenatori ha come unico obiettivo la vittoria per ambire a migliori traguardi, avere più successo, ottenere maggiore visibilità e quindi maggiori profitti. Seguendo questa strada però il giocatore diventa il mezzo per raggiungere la vittoria, quindi si educa il movimento calcistico e non si utilizza il calcio per educare la persona. Sarebbe opportuno che gli allenatori/educatori tenessero conto del perché i bambini giocano a calcio. Secondo una ricerca i bambini praticano questo sport per questi motivi:
1. Piacere e passione
2. Divertimento (stare in compagnia di amici)
3. Imparare a giocare a calcio

È necessario quindi, considerando i diversi aspetti, far divertire i ragazzi in un contesto di crescita non solo tecnica, ma anche umana considerata l’età giovanile dei ragazzi. Questi al di fuori del campo da calcio dovranno imparare a vivere rapportandosi con gli altri ed è perciò importante che il gioco del calcio li aiuti in questo processo di crescita.

[2] Le persone quindi incaricate a proporre un'attività motoria ad un gruppo di bambini, dovranno essere contemporaneamente: istruttori, insegnanti e animatori.

L'istruttore è una persona che, essendo in possesso delle conoscenze di una disciplina specifica, la insegna (e allena) ad altri che non la conoscono. Si occupa, fondamentalmente "del gesto tecnico", della parte visibile del movimento.

L'insegnante si rivolge alla persona che impara, ai meccanismi interni che si mettono in gioco per apprendere. Utilizza il movimento come un mezzo che contribuisce all'educazione della persona.

L'animatore utilizza il movimento per fare passare momenti divertenti in modo istruttivo. I giochi polivalenti favoriscono un'alta motivazione e una buona disponibilità dei partecipanti.

Inoltre chi opera con i bambini dovrà possedere soprattutto queste caratteristiche : essere paziente, facilitatore dell'apprendimento, modello, osservatore, disponibile all'ascolto, comprensivo, autorevole. Queste dovrebbero essere le peculiarità per ricoprire il ruolo in modo professionale. Ma la stragrande maggioranza delle persone che si rivolge ai bambini in ambito motorio e sportivo, Io fa come volontario, generalmente in qualità di ex atleta, avendo vissuto parecchi anni in un ambiente intriso di valori dell'agonismo adulto. Anche chi non ha praticato sport a livello agonistico, da tifoso o cittadino assorbe il modello della cultura sportiva vigente, cioè quello dello sport professionistico. Gli adulti, anche nelle partitelle fatte tra amici, e disputate con un chiaro spirito di divertimento, giocano con la logica della vittoria, come se questa fosse l'unica motivazione esistente. Questo non costituisce niente di male. Spesso però si verifica un modo distorto di raggiungere la vittoria. Pur di vincere si giustifica qualsiasi scorrettezza. Infatti secondo questa logica "è giusto" chiedere la penalizzazione per un probabile fallo, quando Io commette un avversario, mentre si fa finta di niente quando Io compie un compagno di squadra. Non c'è ricerca di giustizia, ma di beneficio proprio. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto siamo soggettivi e poco onesti nel giudicare le azioni, secondo la squadra a cui apparteniamo. Ma una cosa è tuffarsi in area simulando un fallo, quando, da adulti, si ha già una scala di valori definita, magari "giocando" a imbrogliare l'arbitro e un'altra lo è per i bambini che possono pensare che le "scorciatoie" siano il miglior modo per arrivare prima alla meta. Quindi dobbiamo capire che se si possiede una mentalità sportiva adulta, sarebbe meglio allenare una squadra di adulti e non una di bambini. Un volontario che accetta l'incarico di dirigere un gruppo di bambini impegnati in una attività ludico-sportiva, come prima cosa deve togliersi gli abiti "dell'adulto che insegna a giocare come giocano gli adulti". Le proprie conoscenze, che sono tante, dovranno adattarsi ad un nuovo modo di vedere le cose.

Per insegnare a giocare a calcio a un bambino, bisogna sapere più di bambini che di calcio. Essere esperti di calcio ci occorre per far diventare un campione un giocatore già grande d’età. Chi si porta alle spalle un’esperienza di calcio vissuta sicuramente porterà con sé un bagaglio di conoscenza importante che se colto nei giusti dettagli può essere un’arma in più per allenare con successo le giovani leve. Che sia capace o meno non è detto. Ricordiamoci che l'allenatore di Mark Spitz, vincitore di 7 medaglie d'oro nel nuoto alle Olimpiade di Monaco nel 1972, non sapeva nuotare! Quindi saper fare non vuol dire saper insegnare o saper allenare.

Una caratteristica dei bambini è l'adattabilità ai desideri degli adulti, soprattutto quelli significativi (genitori, nonni, insegnanti, allenatori), per cui adottano con facilità condotte agonistiche seguendo i desideri e le aspettative che non sono loro. Spesso si propongono ai bambini delle attività sportive, dimenticando che sono esercitazioni adatti ai grandi, pensate con la logica degli adulti. Non dobbiamo pretendere che i bambini si adattino alla nostra logica siamo noi a dover scendere al loro livello, senza aver fretta che crescano anzitempo. L'insegnante deve proporre delle attività che rispettino le tappe dello sviluppo, non solo dal punto di vista fisico, ma anche intellettivo, emotivo-affettivo e socio-relazionale.
Come indicato dalla Prof.ssa Lucia Castelli , un altro aspetto quindi che contraddistingue un qualsiasi allenatore/educatore da un buon allenatore/educatore è la conoscenza delle varie dimensioni della personalità del giovane allievo, l’allenatore allena solo la dimensione motoria mentre un educatore “allena” anche le altre 3 dimensioni.

[3] Le dimensioni della personalità si suddividono in:

1. Dimensione motoria (il saper fare).
2. Dimensione cognitiva (il sapere):

Durante il gioco vengono continuamente sollecitate le capacità intellettive e strategiche del bambino, come l’attenzione, l'osservazione, la comprensione, la memoria, la capacità di risolvere problemi, di scegliere la giocata giusta, che, guarda caso, servono sia a scuola, sia sui campi sportivi, sia nelle future attività lavorative.
In particolare nei giochi di regole e in quelli di squadra i bambini sono messi nelle condizioni di svolgere compiti cognitivo-motori di una certa complessità, in brevissimo tempo, come per esempio la risoluzione di problemi di gioco ("passo la palla, dribblo l’avversario o tiro?"), che si realizza tramite l’utilizzo del pensiero tattico : vedere, capire, scegliere e quindi eseguire.
E' utile far riflettere il fanciullo sulle operazioni motorie che compie, in quanto ciò Io aiuta a migliorare la consapevolezza dei movimenti e quindi ad apprendere un gesto più coordinato. Alcune ricerche italiane hanno dimostrato che i bambini che giocano sono più intelligenti, in quanto di fronte ai problemi trovano più facilmente la giusta soluzione. Secondo il noto psicologo americano H. Gardner l’intelligenza cinestesica è una delle molteplici forme di intelligenza che si evidenzia attraverso l’abilità di usare il proprio corpo per esprimere idee, sentimenti e prestazioni. Questa intelligenza include specifiche abilità motorie quali la coordinazione, la regolazione della forza, della flessibilità e della velocità ed anche intellettive come la creatività. Questi studi contribuiscono ad allargare le nostre vedute sul concetto di intelligenza e aiutano a sfatare il pregiudizio, ancora troppo diffuso, secondo cui è intelligente solo chi riesce negli studi, mentre colui che è abile nello sport è spesso considerato poco incline ad usare l’intelletto.

3. Dimensione affettiva-emotive (il saper essere):
Nel gioco del calcio presuppongono l’utilizzo di molte abilità emotivo-affettive e nello stesso tempo ne migliorano Io sviluppo. Per esempio la volontà, la determinazione, la capacità di sopportare gli sforzi, il senso di responsabilità, sono continuamente messe in gioco durante le attività ludico-motorie. L'aspetto emotivo-affettivo, coinvolto nel controllo delle emozioni, nell’autoefficacia (sentirsi capaci), nell’autostima incide notevolmente per esempio nella gestione della rabbia, della paura di sbagliare, nel sentirsi sicuri, sentimenti questi che sono presenti nei piccoli giocatori e che si ripercuotono sulla prestazione motoria.

4. Dimensione socio-relazionale(il saper essere in rapporto con gli altri):
Saper giocare presuppone il possesso di abilità sociali e relazionali, altrimenti l'aggressività, l'inganno, il caos saranno gli unici risultati possibili delle attività ludiche praticate da giocatori incompetenti da questo punto di vista. La dimensione sociale e relazionale va "allenata", in quanto i bambini vanno educati ai rapporti civili e corretti verso gli altri e al rispetto delle regole. Ciò favorirà un buon clima nel gruppo, che andrà ad incidere positivamente sulla prestazione finale (saper giocare e trarre da ciò soddisfazione). Quindi i bambini abituati a giocare diventano competenti nelle abilità sociali e relazionali, quali per esempio : il rispetto delle regole, la collaborazione, la relazione d'aiuto, creando così un supporto caratteriale che li rende maturi per il leale confronto agonistico.
Per questo è necessario non solo informarsi, ma formarsi in modo sistematico. Molte volte si crede che basti soltanto conoscere qualche gioco, esercizio o schema per essere adatti ad allenare i bambini. Inoltre si tende a ricercare "ricette pronte" per risolvere le situazioni problematiche; presto ci si accorgerà che non si hanno tutti gli ingredienti per la ricetta, oppure gli allievi non hanno fame o vogliono mangiare un'altra cosa. Molte volte il fatto di non avere una formazione sistematica impedisce di avere una linea guida, una filosofia alla quale ricondurre le azioni che si programmano e gli strumenti per affrontare gli imprevisti che sorgono nel percorso. Si agisce in modo contraddittorio e istintivo, perdendo di vista gli obiettivi. La incoerenza tra il dire e il fare fa perdere autorevolezza di fronte ai bambini.

Un’attività fondamentale che molto spesso non viene proposta da alcuni allenatori durante le sedute di allenamento dei piccoli calciatori è l’utilizzo dei giochi polivalenti, ignorando che il gioco è un mezzo di allenamento efficace in grado di influenzare positivamente i fattori della prestazione. Spesso gli adulti considerano i giochi dei bambini un'attività improduttiva, che fa perdere tempo. In molte società sportive, ma anche a scuola, il divertimento è considerato una componente secondaria. Il motto è "Impegnati! Non stiamo giocando!” Come se durante i giochi i bambini non fossero concentratissimi e non giocassero seriamente. Per tale motivo le attività ludiche sono relegate alla fine della lezione, se rimane tempo, o tuttalpiù, vengono adoperate come premio o ricatto al comportamento corretto. Ma il gioco non è un premio, è un diritto e per i bambini è qualcosa di molto serio, mai un'attività banale, serve per crescere sani, intelligenti, abili e socievoli. Oggi i bambini giocano poco. La play station, la televisione e il computer hanno preso il posto della palla e della bicicletta. Molti non sanno giocare sembra un'affermazione assurda, quasi contro natura, eppure molto realistica. E' bene sapere che il gioco soddisfa i bisogni tipici dei fanciulli: di movimento, di divertimento, di svago, di apprendimento, di esplorazione, di competenza e autoefficacia (sentirsi capaci), di successo, di appartenenza (al gruppo). In passato, le ore trascorse a giocare in cortile e in strada davano una formazione di base, e non solo motoria.
Le attività ludiche servono (come I'abc per imparare a leggere e scrivere) per sviluppare gli schemi e le capacità motorie (condizionali e coordinative) su cui costruire efficacemente tutti i gesti sportivi.
Allora, prima di impegnarsi in un qualsiasi sport i bambini dovrebbero imparare a giocare. Non si può apprendere il dribbling nel calcio senza saper prima "saltare" l’avversario giocando al lupo, o fare uno stop al volo senza capire dove cadrà il pallone. Tuttavia i giochi vanno privilegiati, non solo per migliorare l’aspetto motorio dei bambini, ma anche per sviluppare tutte le altre dimensioni della personalità sopracitate (motoria, cognitiva, emotivo-affettiva, socio-relazionale). Il gioco è un diritto, come d’altronde è sancito dall’articolo 31 della Convenzione del ONU sui diritti delle bambine e dei bambini, quindi va garantito e assicurato a tutti. Ma soprattutto il gioco è divertente e quindi i bambini, sono più motivati a seguire le lezioni, gli allenamenti e ad apprendere, riuscendo a “sostenere” una quantità di attività che altrimenti non sarebbero disposti a svolgere. I giochi sollecitano tutte le funzioni del corpo rendendolo sano, tonico e pronto per affrontare vari tipi di sport e le molteplici attività motorie che la vita quotidiana presenta. L'organizzazione mondiale della Sanità (O. M. S.) afferma inoltre che i bambini per crescere sani dovrebbero giocare almeno un ora tutti i giorni. Se è vero che i giochi contribuiscono a migliorare ed allenare tutte le dimensioni della personalità dei piccoli allievi è vero anche che per saper giocare bisogna possedere tutte le capacità sopraelencate. Inoltre le attività ludiche permettono al bambino di sperimentare e applicare concretamente e in modo immediato una serie di comportamenti etici che possono contribuire all'acquisizione di valori, quali :
- Onestà/lealtà
- Rispetto degli altri
- Rispetto delle regole
- Generosità-altruismo
- Amicizia-solidarietà
In tal senso i giochi possono essere un'ottima opportunità per costruire una solida base su cui edificare, da adulti, un sistema di valori morali 3.
Quindi allenatori, insegnanti, genitori, nonni non devono avere solo lo scopo di insegnare ad un bambino o ad una bambina a vincere le partite ma l’obbiettivo più importante è quello di plasmare la gioventù, attraverso le virtù e le integrità espresse dallo sport, trasponendole poi nella vita quotidiana, esse dovranno essere le basi della condotta e della forma mentis dell’adulto del futuro.

Bibliografia

• BONACCORSO S. – Calcio allenare il settore giovanile. Editoriale Sport Italia. 1999 [1]
• MOGNI J.C. – Un mondo di giochi . Edizioni Correre. 2008 [2]
• CASTELLI L. – “I giochi e le dimensioni della personalità” , contenute in: Mogni J.C. Un mondo di giochi. Edizioni Correre. 2008 [3]